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Etimologia

"Pereta" proviene dal latino "peditu(m)": peto. Dunque proviene dall'intestino. Nel dialetto napoletano la pereta è una scorreggia molto rumorosa, e poco (o nulla) puteolente. L'affermazione che segue non sembri maliziosa, o di cattivo gusto: per tracciare una sia pur breve storia della pereta dobbiamo andare indietro. In origine, il peto rumoroso, che si sarebbe poi chiamato sia pireto che pereta, aveva un altro nome: pernacchio. Oggi con questo termine si allude all'emissione di aria attraverso la bocca, con una significativa vibrazione delle labbra: ma inizialmente, era il peto a chiamarsi così. L'oltraggiosità del pernacchio (si pensi ad Eduardo De Filippo ne "L'oro di Napoli") consiste proprio in questo: nel suo essere un'imitazione, attraverso un orifizio più "nobile" come la bocca, del peto. Pernacchio deriva da "vernacchio", da "vernaculum": cosa popolare, scurrile, dal sostantivo verna=schiavo nato nella casa dei padroni. La v mutò poi in p, e il vernacchio in pernacchio. Prima di andare avanti, una preghiera: non si confonda il pernacchio con la pernacchia. "Pernacchia" non significa scorreggia, come (in origine) il suo omologo maschile; ma nemmeno - come molti invece credono - vuol dire emissione oltraggiosa di aria dalla bocca. La pernacchia è una donna volgare, ma soprattutto "curiosa", nell'accezione napoletana del termine: una donna ridicola che, non sapendo di esserlo, e pensando al contrario di essere bella ed elegante, si agghinda in modo vistoso e originale, credendo così di far colpo.

Ma torniamo, parlando con decenza, alle nostre emissioni gassose. A Napoli anticamente, accanto al pernacchio, prima che cambiasse orifizio d'uscita, c'era il "pireto": dal latino peditu(m), fuoruscita rumorosa, ma non maleodorante, di aria attraverso il forame anale. E arriviamo finalmente alla pereta, il fulcro della nostra trattazione. Pereta non è soltanto il femminile di pireto. E' molto di più. In napoletano, con una sorta di femminismo antelitteram, quasi sempre un sostantivo femminile indica un plus rispetto a quello maschile: la tavola allude a un manufatto più grande di un tavolo, la cucchiara (dei muratori) è più grande del cucchiaro (il cucchiaio che si usa per mangiare). Pereta non fa eccezione a questa regola: 'a pereta designa un peto più rumoroso, e spesso più lungo, del pireto. Nella sua fragorosità, la pereta è dunque il punto massimo della volgarità cui un peto possa arrivare. In senso figurato (e si tratterebbe di una figura di me); per analogia (da analogo, e non da ano), la "pereta" è una donna sguaiata, volgare, vistosa.

La "pereta" è una donna sguaiata, volgare, vistosa che vuol farsi notare, e ci riesce: ma non per il proprio fascino e la propria seduttività, come lei crede che avvenga: la pereta viene notata (e giudicata) come si farebbe con un peto volgare e rumoroso. Insieme al suo scarso valore (la pereta non è altro che aria) il tratto fondamentale della pereta è il desiderio di far colpo, di sedurre. Il napoletano ride di quest'aspetto, e lo stigmatizza, mettendo la pereta addirittura nella Smorfia: "43-'Onna Pereta for'o balcone". 'A pereta è una piccolo-borghese, arrivista e velleitaria. La sua seduttività, espressa in maniera spiccata, non mira al sesso, ma ad una promozione sociale. La pereta è a metà strada fra la "malafemmena" cantata da Totò ("mala" per le sofferenze che gli infligge, non perché faccia "la vita"), e la zoccola: che alla seduttività fa seguire una sessualizzazione spinta. Nel suo restare a mezza strada, una donna simile (non certo santa, ma nemmeno puttana) assomiglia appunto a una pereta: molto rumore per nulla. L'appellativo di "pereta" è comunque affettuoso: nella sua ambizione, sovradimensionata per le sue capacità, fa tenerezza: è fatua, frivola, ma in fondo non è cattiva, e nemmeno pericolosa.

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